Bushcraft
Cos'è e quali nozioni servono
19.05.2016

Cos'è il bushcraft, cosa lo accomuna allo scouting e lo distingue dal survival, quali sono le conoscenze di base utili e/o indispensabili per vivere in modo pieno questa filosofia? Sul Bushcraft ho rilasciato diversi video, ed in modo più specifico, quanto scrivo qua sotto è confortato dalla letteratura del settore.
Se preferite la trasposizione video di quanto segue, potere accedere a questo link.

Bushcraft, Scouting e Woodcraft sono sinonimi tra loro, ma non sono sinonimi di survival.
Lo scouting è ben noto. Woodcraft è il corrispettivo americano di Bushcraft, termine questo più diffuso in Europa ma, a parte la relativa differenza lessicale, l'area semantica rimane la stessa... Quindi, cos'è il bushcraft, nella sua più ampia accezione del termine, e cosa lo distingue dal survival, a cui spesso è associato?
E ancora, è forse una moda transitoria, utile ad alimentare un'industria di oggetti superflui che fanno tendenza, oppure qualcosa di analogo è sempre esistito anche nel nostro paese?
Mi sento di affermare che chiunque abbia vissuto in una famiglia legata in qualche modo alla terra o alle attività silvo-pastorali, oppure abbia frequentato gli ambienti scout gestiti da educatori con una buona preparazione, ha sicuramente provato ciò che maggiormente si avvicina all'essenza del bushcraft.
Parlo al passato perché dagli anni 70 del secolo scorso la società ha subito cambiamenti radicali e nulla è più come me lo ricordo.

Da giovane ho vissuto assieme a numerosi coetanei in mezzo ai boschi e tra le malghe, e ricordo bene che i nostri famigliari, con pochi attrezzi e utensili e assieme allo stretto necessario per la vita di ogni giorno, realizzavano ciò che oggi si osserva nei filmati, dove tutto sembra qualcosa di eccezionale, ma che in realtà rappresentano attività alla portata di tutti voi, se non fosse perché si tratta di un patrimonio culturale che sta sfumando, ormai considerato anacronistico.
Se accantoniamo i pionieri e gli esploratori che si avventuravano nelle nuove terre d'America tra il 1600 e il 1800, e dalle cui attività il termine bushcraft è stato mutuato, anche la popolazione dell'Italia rurale si confrontava con l'ambiente ed il corso degli eventi, contando sulle proprie forze per tirare avanti, grazie al bagaglio di conoscenze che permetteva loro di essere sempre autosufficienti.
Di quanto dico non mancano riscontri storici, sia grazie ad alcuni reperti contenuti nei musei sulla storia contadina ma soprattutto al grosso lavoro svolto dagli archeologi sperimentali.
Il Bushcraft è decisamente più vicino allo scoutismo di matrice laica e pionieristica di quanto moltissime persone non siano disposte a credere, è quindi un approccio globale alla vita all'aria aperta basato sul concetto di autosufficienza e non di sopravvivenza, e tra i due termini esiste una differenza sostanziale su cui non mi dilungo perché se desiderate approfondire la questione trovate un'ampia trattazione nella sezione "Autosufficienza… Fattore umano e preparazione".
Sarà una mia fissa, ma ogni volta che trovo l'associazione stretta bushcraft - survival, sento sempre puzza di convenienza economica, di chi vuole vendere o promuovere qualcosa perché il survival fa comunque presa sull'immaginario collettivo e vende bene. Non ho nulla contro i corsi di sopravvivenza, su chi li propone o chi li frequenta, non c'è nulla di male o sbagliato, solo che non si dovrebbero confondere i due termini.
Per come la penso, il bushcraft classico, tradizionale, si riferisce all'insieme di tutte quelle tecniche di base che, abbinate all'uso di pochissimi strumenti e accessori, sfruttano una pletora di conoscenze che permettono alle persone di barcamenarsi in qualsiasi situazione senza l'affanno dello sprovveduto.

Quali sono queste tecniche di base?
Senza che questo abbia valore assoluto, è mio parere che servano rudimenti di carpenteria, intaglio e lavorazione del legno nella sua più ampia accezione, dalla realizzazione di uno spiedo o un cucchiaio alla costruzione di cesti, gerle sino ad arrivare a rifugi provvisori o permanenti come capanne, casette in legno, e strutture assimilabili.
Senza entrare nello specifico direi che servono semplici conoscenze sulla lavorazione dei metalli e del pellame, la tessitura di reti, l'intreccio di cordame, l'arte del cucito e della selleria, nozioni specifiche sui principali nodi e legamenti.
Passando all'alimentazione, oltre alla corretta gestione di una cucina da campo o la costruzione di piccoli forni, le nozioni coinvolgono il riconoscimento e la caccia di animali, la pesca e quindi le tecniche di lavorazione e conservazione delle carni.
Il cibo è una parte essenziale della vita, quindi aggiungo riconoscimento, raccolta, conservazione o trasformazioni di frutta, verdura, piante spontanee, senza dimenticare la capacità di sfruttare le risorse del bosco e sottobosco per la propria sussistenza.
Andando oltre, è necessario padroneggiare l'arte di accendere e governare i fuochi da bivacco o da campo, sapere come trattare l'acqua, conoscere le norme d'igiene e quindi le nozioni di farmacopea tradizionale e possedere un minimo di esperienza con le piante officinali. Che si sia stanziali o meno, è comunque necessario destreggiarsi con le tecniche di orientamento e semplici conoscenze sulla meteorologia del luogo.
L'elenco non è completo, ma serve per comprendere come questa forma di approccio alla natura presupponga un bagaglio culturale che si acquisiva tramite l'esperienza del vivere quotidiano, fatto di gesti ripetuti, di osservazione e imitazione.
Un termine con una valenza così ampia lascia agli appassionati della vita all'aria aperta un margine d'azione veramente vasto ed è normale che le persone esprimano il proprio talento in quelle pratiche che sono loro congeniali, oppure in attività legate al territorio in cui vivono.
Dico questo perché è inevitabile che alla fine si ripropongano un po' sempre gli stessi argomenti da cui il pregiudizio che il bushcraf sia qualcosa di molto simile al survival o alle comuni attività di campeggio e non debba prevedere tutte le altre pratiche di cui ho accennato in queste righe.
Nei miei filmati tento di presentare il bushcraft nella sua forma più ampia, sicuramente lo faccio in modo imperfetto, e questo piega perché ho pubblicato o pubblicherò video sulle scorte alimentari, altri sulle piante officinali, sulle attività invernali, sulla realizzazione di oggetti, sui nodi, i rifugi, sui rudimenti di agricoltura, sulla preparazione dei cibi, sulla produzione della birra e ogni tanto offro digressioni sul tema, in cui propongo itinerari dove sia possibile confrontarsi con i propri limiti o semplicemente osservare scorci di natura selvaggia.
Tutto ciò che ho scitto fa parte di una visione strettamente personale dell'argomento, anche se avvallata in buona parte dalla letteratura classica del settore, ad ogni modo sapete non ho mai la presunzione che il mio pensiero sia condiviso o accettato.

Come è possibile evincere da quanto appena letto, se vogliamo mantenere la massima coerenza, questa forma di approccio alla natura presuppone un bagaglio culturale quasi completamente dimenticato, una serie di conoscenze che venivano mutuate con la crescita e l'esperienza del vivere quotidiano, fatto di gesti ripetuti, di semplice osservazione e imitazione, di lezioni impartite dai genitori e nonni che spesso, con i pochi strumenti manuali da taglio e foratura che avevano in dotazione, dovevano costruirsi gli attrezzi o le suppellettili perché non c'era alcuna possibilità, soprattutto economica, di ricorrere al supermercato o all'acquisto on-line, e il più delle volte la bistecca dovevano procacciarsela con il fucile o con le trappole.

Visto da fuori, da coloro che vivono perennemente immersi in un mondo di sicurezza tecnologica, CHI PRATICA BUSHCRAFT è spesso scambiato per un misantropo o una persona proiettata al di fuori del tempo, visto con un misto di derisione e sospetto.
In realtà è un individuo che ama il contatto con la natura e la rispetta nell'accezione più ampia del termine, molto più di un convinto e radicale ambientalista, che emette sentenze e magari non si è mai spostato dal divano di casa o dormito in un bosco sopra un materasso di fronde o in una tenda.
Chi vive a contatto diretto con la natura si confronta con essa e ne sfrutta in maniera congrua ed oculata le risorse, perché ne conosce il valore e sa che le risorse rinnovabili sono una garanzia di sussistenza, che permette la continuità della vita per animali e umani.
Spesso dietro i praticanti si nascondono persone di ampia cultura che trovano nel confronto con gli spazi aperti un modo per staccare dalla quotidianità.
Per altri si tratta semplicemente di un modo diverso per passare parte del tempo libero con la propria famiglia o con le persone che contano.

Bushcraft, tra ammiccamenti del mercato e leggi restrittive

Per un certo periodo della mia vita mi sono fatto traviare da certe mode e desideri indotti, nonostante mio padre mi avesse più volte messo in guardia sulla presenza di troppi necessori assolutamente inutili per la vita all'aria aperta, dandomene nel contempo inattaccabile dimostrazione.
È solo in questi ultimi anni che la sobrietà sta riprendendo piede e mi ha indotto a riconsiderare la filosofia della vita da campo nella sua ottica originale.
Tutto questo peregrinare di parole solo per porre quelli più giovani di me davanti alla prospettiva di spendere molti soldi nell'acquisto di oggetti spesso superflui che moltissimi siti pubblicizzano come indispensabili per la vita all'aria aperta, sfruttando i termini survival, bushcraft, woodcraft e outdoor perché sono chiari riferimenti alla libertà, parole che fanno decisamente presa.
Se rileggiamo la definizione data in precedenza, possiamo capire che i nostri padri (almeno il mio e quello di alcuni che mi stanno leggendo), vivendo una realtà rurale, di fatto conducevano una vita da uomini dei boschi e delle montagne, con strumenti che non sono minimamente contemplati nei cataloghi che promuovono attrezzature alla moda
Vero è, però, che diversi decenni or sono, non c'erano tutte le limitazioni che la legge dello stato e le disposizioni regionali o locali impongono a chi voglia passare qualche giorno affrancandosi dalla civiltà invadente.
Ad esempio, al di fuori delle aree predisposte da comuni o privati e approvate dal corpo della Polizia Forestale (ora accorpati ai Carabinieri) non è concesso campeggiare ma solo bivaccare e per tempi non superiori alle 48 ore; salvo casi specifici espressamente indicati, non è inoltre più possibile accendere fuochi, anche controllati come un fuoco da bivacco in un recinto di pietre, ad una distanza inferiore ai 50 metri dal bosco.
In alcune regioni e in determinate aree, previa comunicazione al corpo di Polizia Forestale, è possibile svolgere attività che prevedano accensione di fuochi anche durante la notte.
Per contro, in altre regioni, alcune leggi o decreti locali vietano anche l'uso di fornelli a gas all'interno dei boschi e comunque l'accensione dei fuochi, dove permessa, è possibile esclusivamente dall'alba al tramonto e questo limita, di fatto, il bivacco ai soli periodi temperati.
È comprensibile come queste limitazioni, che ogni anno sono inasprite, abbiano concorso al fiorire di un mercato di accessori che, in qualche modo, tendono a compensare le deficienze poste in essere dallo scrupoloso rispetto delle leggi.


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