Il lato oscuro dell'autosufficienza
Ego, tracotanza, alterigia ed eccessiva sicurezza nelle proprie capacità.
22.06.2010

"Ti serve una mano? La trovi attaccata al polso!"
Questa è un frase con cui esordì ridendo il nonno materno, quando mi vide impegnato, in evidente difficoltà, nel compito di mungere una delle capre. Non c'era ironia nelle sue parole, spesso si esprimeva per aforismi, memore delle sue disavventure sull'Altopiano di Asiago, mentre conduceva i suoi uomini in azioni di sabotaggio, ai limiti del suicidio, contro le linee di difesa austriache.
È un assioma che mi sono impresso molto bene in testa, per anni, e in un'epoca dominata dall'irresponsabilità e dalla fretta, l'idea di poter essere responsabile della mia vita e della gestione delle mie attività, così come essere fautore del mio futuro e destino, è stata molto allettante...
Ma estremamente pericolosa.
I miei genitori, nati in una società contadina, in cui ci si aiutava tra vicini nella raccolta delle olive, nella vendemmia o durante la trebbiatura, assistendo alle mie bravate nelle gole dei torrenti o in montagna, mi dicevano che nessuno di noi è come un larice in mezzo ad un prato e quindi pretendere di essere autosufficienti in tutto è pura utopia e strada maestra per una vita di miseria e solitudine.
E avevano ragione.
La cruda realtà, che s'impara a suon di travate come quando si lavora dentro un solaio senza prestare attenzione ai longheroni, è che, a vari livelli, ognuno di noi dipende da qualcun altro, mentre procediamo lungo il cammino della vita.
Sarà banale, ma il fatto che io scriva lo devo all'istruzione che mi è stata impartita da altri ed ai soldi che hanno sborsato i genitori per rette, libri e quant'altro, buona parte del cibo che consumo è prodotto da agricoltori, allevatori e mediato dalla distribuzione e via discorrendo.
Così come cerca di fare la mia famiglia, molte persone stanno sperimentando un periodo di risveglio dal torpore indotto dall'assoluta dipendenza che si è fatta strada nelle nostre vite a partire dal boom economico degli anni 60 del 900. Chiamatela decrescita, spirito di rivalsa, atteggiamento anacronistico, controtendenza, ma qualcuno sta realmente tentando un approccio fai da te in più settori, o almeno tenta di riappropriarsi della propria vita.
La mia impressione, comunque, è che questo desiderio di autosufficienza sia nato sì per cause economiche, ma anche a fronte dall'enorme delusione nei confronti del prossimo.
Spesso, se vogliamo che qualcosa sia fatto a regola d'arte, dobbiamo farlo di persona, sia a causa dell'eccessiva superficialità e approssimazione con cui molti affrontano le proprie responsabilità, sia per i costi fuori da ogni logica delle loro prestazioni.
Può sembrare brutale, e non dico sia sempre la regola.
Così come ho iniziato da anni, anche molti altri si cimentano con successo nella tinteggiatura degli interni ed esterni della propria abitazione, nella riparazione di infissi, nel riassetto delle tegole del tetto, nella sostituzione dei filtri e dell'olio motore, delle pastiglie dei freni, passando con disinvoltura agli interventi sull'impianto elettrico o idraulico di casa, stanchi di attendere l'artigiano che promette e non viene e che ti pela vivo al termine del lavoro.
Certo, questo atteggiamento obbliga a spendere molto tempo perché non si ha la necessaria esperienza o malizia nell'operare, ma la frustrazione dei primi fallimenti o il protrarsi di una riparazione sono ricompensati dal raggiungimento dello scopo prefissato e dall'avere interrotto la catena dell'intermediazione.
Quando ho concluso un lavoro e vedo brillare gli occhi critici di mia moglie e quelli ammirati di mio figlio, mi guardo le mani sporche e realizzo che ho a disposizione due validi strumenti da abbinare ad un cervello che spesso è rimasto coperto dalla polvere della pigrizia e della dipendenza. Le nostre mani, abbinate alla volontà di imparare e sperimentare possono permetterci d'affrontare qualunque sfida, sia in ambito domestico, così come in viaggio oppure nei boschi ed in montagna.
Sento qualcosa a livello dello stomaco, quasi un brivido di autocompiacimento.
Possiamo definirla la vera essenza della libertà, una combinazione di saggezza, conoscenza e determinazione condita con una buona dose di responsabilità, che ci permette di fare le cose per bene.
Questa condizione ha però un suo limite.
Il risvolto della medaglia è quella che definisco la sindrome di onnipotenza, cosa che in genere incontro in certi luoghi di lavoro dove la gente è pompata a tal punto da pensare di essere in odore di Premio Nobel. Insomma, così come in certi ambienti, anche nella vita, intraprendere il cammino per l'autosuficienza può rapidamente condurre nel gorgo dell'orgoglio egoista e di un ego sconfinato. La cosa più pericolosa è l'avere certezze infondate sulle proprie capacità acquisite, la falsa sicurezza di avere sotto controllo tutte le variabili della vita e del sicuro successo, pensare di essere dei vincenti, ossia dei poveri egocentrici che crollano alla prima difficoltà.
L'orgoglio di non riconoscere a priori i propri limiti e la propria ignoranza in molti settori è un pericolo ben peggiore di quello di perdersi in un bosco o grippare il motore dell'auto, perché potrebbe provocare danni ad altre persone che si fidano dell'aspetto di facciata di un individuo che si mostra fiero ed altezzoso.
Parlo di facciata perché un eccesso di autonomia, spesso presunta, genera autostima e disprezzo per le qualità degli altri, che magari non si posseggono. Autostima ed orgoglio sono un binomio esplosivo, un algoritmo ricorsivo senza controllo se non mediato con un serio ed onesto confronto con gli altri.
Ma qual è la natura dell'orgoglio e dove si annida il lato oscuro?
Non c'è nulla di male ad essere fieri dei progressi scolastici o sportivi del proprio figlio, dell'armonia della famiglia, di un lavoro ben fatto. Ci troviamo davanti ad un sano, giustificato e ragionevole senso di gioia, rispetto e soddisfazione sia delle prorie sia delle altrui abilità, capacità e successi. La fierezza e l'orgoglio sono gratificanti e sono uno sprone a perseguire la strada intrapresa, perché porta a buoni risultati e rappresentano atteggiamenti che aiutano a superare le difficoltà che s'incontrano nell'apprendere nuove conoscenze o acquisire abilità.
Il lato oscuro dell'orgoglio è separato da una linea di confine effimera, facilmente scavalcabile e da cui è difficile tornare.
Tracotanza, insolenza e alterigia rappresentano gli aspetti peggiori e degenerativi dell'orgoglio e fierezza, sono l'espressione di un irragionevole, ingiustificato e sbilanciato senso di gioia e soddisfazione delle proprie capacità e successi.
Promuovono un atteggiamento egoistico, arrogante, irrequieto ed ingrato, abbinato ad uno smisurato senso del valore per le proprie idee ed opinioni.
Questo porta ad eccessive ambizioni, alla necessità di essere idolatrati e incessantemente lodati dagli altri nonché ad una sovrastima delle proprie capacità.
Questo falso orgoglio condiziona la vita in molti altri modi oltreché trasformare le persone in pericolosi, ed eccessivamente fiduciosi, fanfaroni egoisti. È l'esaltazione del se che impedisce di vedere le proprie debolezze e riconoscere i propri errori, dando la colpa ad altri o a fantomatici eventi fortuiti, adducendo scuse ridicole per nascondere le paure, alzando la voce per non sentire critiche costruttive o le idee degli altri.
È in questo modo che la falsa facciata di persona responsabile e vincente finisce direttamente nel cesso.
Dissimulate dall'apparenza di forza e dignità, tracotanza ed alterigia astengono l'individuo dal chiedere l'aiuto o il supporto necessario per imparare, per essere più informato, per crescere in modo più saggio e quindi affrontare veramente a testa alta le sfide della vita.
Per quelli come me, come te e altri che si sforzano ad essere sempre più autosufficienti, occorre una brutale presa di coscienza, occorre osservarsi allo specchio ed effettuare una disamina sul proprio comportamento ed atteggiamento, in modo da capire se un piede si trova già dall'altra parte della linea di demarcazione.
Ho conosciuto un imbecille che asseriva di ammirare chi si sovrastima, perché da l'apparenza di persona capace, in grado di fare strada nella vita. Questo filosofo è la dimostrazione vivente che chi la pensa così ha avuto un'infanzia poco felice, abbandonata a sa stessa e attualmente soffre la mancanza di reale considerazione nella sua vita extra lavorativa.
Prima di avventurarmi in qualsiasi attività, mi chiedo, senza timore di sottostimarmi, se ho le conoscenze o le competenze necessarie per affrontarla, se ho mai avuto esperienze simili.
Chi è lo stolto che si tuffa in un lago senza saper nuotare? Nella vita vale lo stesso, le incapacità emergono, prima o poi, tanto vale prevenire il problema.
Spesso si dovrebbe combattere l'inganno dell'orgoglio mangiando e masticando a lungo una bella fetta di umiltà, la chiave per riconoscere chiaramente la verità sui propri limiti. Quando questo capita, i cosiddetti vincenti cadono nella depressione più cupa perché non conoscono la strada della fatica per raggiungere quegli obiettivi che pensavano di aver già superato.
Il vero Individuo Autosufficiente ha insito nell'animo una forma di onestà intellettuale che gli permette di dare il giusto valore all'umiltà nella sua più ampia accezione e che gli permette di comprendere quanto lavoro deve ancora compiere per migliorarsi o quando ha fallito in un suo intento.
Siamo persone vere, non icone artefatte all'interno di uno squallido reality show, quando sbagliamo ci siamo semplicemente confrontati con un obiettivo, la verità assoluta della vita, i nostri difetti, errori, mancanze, eccetera. Chi persegue la strada dell'autosufficienza impara dai propri errori e ne esce più consapevole e più forte.
Tornando all'aforisma di mio nonno, la mano al fondo del polso non è altro che l'estensione della propria consapevolezza di potere e sapere fare o meno qualcosa. Questo, ma l'ho capito solo decine di anni più tardi, voleva trasmettermi il mio vecchio, criptico ma saggio mentore.
Grazie per l'insegnamento, spero di esserne degno.


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