Etica e autosufficienza alimentare
La filosofia che nasce del benessere e dalla dipendenza.
05.02.2013

L'agricoltura ed i micro allevamenti sono la strada per affrancarsi da un possibile periodo di crisi, ma anche per acquisire la consapevolezza che autoprodurre concorre a rendere libero l'individuo e, perché no, essere partecipe di un circolo virtuoso che concorre a ridurre l'inquinamento e lo spreco. Curare l'orto è un buon inizio lungo il cammino per l'autosufficienza e un'alimentazione più consapevole. Coltivare permette di conoscere il valore del cibo, la fatica e le risorse necessarie a produrre un cesto di patate. Chi coltiva impara il concetto di stagionalità e con esso a cucinare il cibo in modo semplice, senza aggiungere prodotti alieni al periodo: trova nel piatto solo quello che ha raccolto.
Se poi c'è spazio per un pollaio o una conigliera, allora è possibile integrare la dieta con uova e carne.
Certo, non è possibile autoprodurre tutto, come accadeva in passato, alcuni generi alimentari o beni indispensabili occorre acquistarli.
Quando ci si lascia andare per soddisfare una propria voglia alimentare o far felice il proprio figlio, lo si deve fare senza troppi scrupoli, e senza ascoltare quelli che si professano degli esperti o dispensano giudizi sugli altrui gusti o acquisti.
Se ci avete fatto caso, tutti hanno idee sul concetto di alimentazione ma è troppo facile filosofeggiare delle convinzioni alimentari, o della loro etica, quando ci si trova attorno alla tavola imbandita di cibi come il seitan, la bistecca di soia, la salsa wasabi o i funghi shiitake.
Soia e grano si coltivano e i loro derivati di tendenza si trovano nei supermercati o nei negozi specializzati, hanno richiesto trasformazioni più o meno lunghe e alcuni cibi etici in voga sono arrivati in aereo, nave, mezzi ruotati e quant'altro.
Mi permetto questa provocazione condita con un po' d'ironia dato che, verso la fine degli anni ottanta del XX secolo, ho frequentato circoli e personaggi le cui idee o convinzioni alimentari non ammettevano il diritto di replica; estremismo e fondamentalismo dovrebbero conoscere delle vie di mezzo, o almeno non additare gli altri come i cattivi di turno.
Ero e sono onnivoro, in realtà con la predilezione per i prodotti vegetali, il pesce ed i semplici derivati animali, come formaggi e uova, ma non disdegno il salame e lo speck: questo faceva e fa di me una persona poco attenta all'alimentazione, un immorale sfruttatore (diretto o indiretto) degli animali... Uno specista.
Non concepisco uccisioni fini a se stesse di animali, posso anche comprendere chi non tollera siano inflitte sofferenze agli animali, ma non capisco perchè bere l'uovo di una gallina che razzola nel mio cortile debba essere considerato sfruttamento.
La mia famiglia genetica ha origini contadine, i miei nonni ed i miei genitori (almeno sino all'età di 20-23 anni) hanno vissuto di agricoltura e pastorizia in aree montane, dove non c'erano eppure strade sterrate ma solo mulattiere. L'unico modo di sfruttare i pendii erbosi delle prealpi liguri era quello di destinarli alla produzione di foraggio, tagliato a mano con la falce, legato a fascine e portato a dorso di mulo o di bue a valle per darlo in pasto alla vacca, alla capra, ai conigli e alla loro progenie.
In cambio si aveva latte, formaggio e, ogni tanto, carne.
Senza questa filiera, e le onnipresenti galline, la mia famiglia avrebbe patito i morsi della fame sia durante la II Guerra Mondiale, sia negli anni a seguire, ed i prati montani si sarebbero trasformati in roveti o boschi: non era possibile e non lo è oggi, piantare soia, grano o quant'altro per trasformarli nei prodotti che fanno tendenza.
Fare della filosofia o parlare di etica alimentare a tavola è una prerogativa del nostro tempo, soprattutto di chi ha tanto tempo, la pancia sempre piena e non si piega a zappare la terra per coltivare il proprio cibo o non si è mai domandato onestamente quanta energia sia servita dalla semina del grano al boccone di seitan che sta per masticare, o peggio, da quale grano deriva o come questo sia stato coltivato, come sia stato preparato il terreno (sfruttando un animale, contadini sottopagati, o inquinando con un mastodontico trattore?) e concimato.
Se i concimi sono chimici, si apre la discussione sull'inquinamento delle falde e sull'indiscutibile impoverimento del terreno.
Se si usa il letame? Questo lo producono gli animali, animali che non potevano pascolare dove i loro reflui sono stati disseminati, animali tenuti in stalle, ma questo, per gli antispecisti deve essere per forza di cose definito sfruttamento animale.
Qualcosa non mi torna... Ci sono troppe contraddizioni: si vogliono mangiare cibi eticamente compatibili, però si soprassiede su molti passaggi della loro filiera.
Tutto questo peregrinare per dire che chi vive nella gabbia dorata della modernità, ha la pancia piena e discute di cibo biologico nelle riunioni dei circoli, spesso non conosce la fatica della terra o non ha mai allevato un pollo o un coniglio, pascolato delle capre, tosato una pecora (capendo qual è il motivo - che va oltre la raccolta della lana), ha la tendenza ad intavolare facili discorsi speculativi sull'etica del cibo.
Nel mio piccolo, ritengo più corretto stabilire un metro di misura personale su cosa sia o meno adatto al proprio bisogno, e di conseguenza come tali scelte si rifletteranno sulla terra da coltivare o gli animali che s'intendono allevare, con l'obiettivo di raggiungere almeno una parziale autosufficienza alimentare.


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