Inverno nel bosco
Equipaggiamento, viveri, acqua, fuoco e riparo
creato il 24.03.2014

Prima di addentrarti nella lettura, avrei piacere che dessi uno sguardo alla pagina Persi nel bosco: suggerimenti, che trovi nell'indice dei contenuti, nello stesso menu a tendina che contiene questo articolo.
Ciò che scrivo in questo intervento non ha nulla d'innovativo; condivido una semplice esperienza personale ma il contenuto potrebbe non essere adeguato né alla determinazione, né alla preparazione fisica di alcune persone, pertanto qualunque emulazione è e rimane sotto la responsabilità di chi legge. Ogni uso improprio o erroneo di tecniche e attrezzature potrebbe comportare gravi conseguenze, soprattutto nel periodo invernale, non imputabili allo scrivente.

Con la neve ritengo imprescindibile il ricorso alle racchette e alle bacchette telescopiche.
Non parto con il presupposto di dovermi autocostruire un paio di ciaspole a causa della coltre nevosa che impedisce la progressione, sarebbe solo tempo sottratto alle attività che intendo portare avanti.
I modelli dell'ultima generazione hanno anche dei semplici ramponi che limitano le scivolate su eventuali tratti ghiacciati o eccessivamente compatti.

Quando non si indossano, una volta liberate dalla neve, si agganciano facilmente all'esterno dello zaino: questo è un modello già apparso in altri miei articoli e in alcuni video; è prodotto in nylon balistico, con un riversimento impermeabile interno, spallacci imbottiti, tasca impermeabile superiore e scompartimento inferiore accessibile tramite una cerniera, cinghia lombare regolabile e due capienti sacche laterali con cerniere, in grado di contenere due borracce o equipaggiamento da cordata.

Indipendentemente dalla situazione al suolo, complice anche l'età, curo in modo particolare l'abbigliamento, vestendomi a strati, in modo da poter ridurre o aumentare l'isolamento. Non lesino le pause per svestirmi o rivestirmi: sudare aumenta la dispersione termica, tanto utile in estate quanto da evitare in questa stagione.
Ho vestiti vecchi di decine di anni, ma più che dignitosi, di lana o misto cotone, che non mi hanno mai tradito e me ne infischio della moda o dei giudizi degli altri.
Indosso una maglietta di cotone un po' spessa a contatto della pelle, quindi, nell'ordine, una camicia da lavoro, un comodo maglione di lana a trama fitta, oppure una maglia di pile e sopra tutto un giubbotto munito di cappuccio... Qui ci si può sbizzarrire, in funzione di quanto uno può spendere.
Mio padre, quando da ragazzo faceva il pastore (di greggi, non di anime), non aveva un giubbotto in Gore-Tex o fibra tecnica, come strato esterno possedeva solo un pastrano di spesso fustagno dotato di cappuccio e due sacche addominali per le mani e usava una mantellina cerata per ripararsi da pioggia o neve e non ha mai patito il freddo, nonostante vivesse sulle Alpi Marittime, in un paesino a 1400 metri di quota, dove due metri di neve erano la norma.
Per le mie attività, i pantaloni di fustagno sono un sempreverde, così come un paio di mimetici invernali. Al limite posso ricorrere ad un paio di long jones a contatto con la pelle, per avere uno strato protettivo in più.
Spesso li uso per dormire nel sacco a pelo, in modo da non avere vita e gambe eccessivamente costretti dal vestriario e migliorare quindi la circolazione durante il riposo.
Anche qui, esistono in commercio indumenti tecnici impermeabili idonei alle più disparate condizioni climatiche; se si prevedono uscite con freddo estremo, è meglio valutare seriamente un abbigliamento idoneo alla temperatura.
Ho sempre il cappello ed un collare di lana merino, più propriamente noto come buff, molto utile per la mia cervicale, ma anche ai più giovani, onde impedire che tale patologia insorga in età avanzata. A che serve fare gli spavaldi a vent'anni se poi si camminerà storti a cinquanta?
I guanti possono essere di lana, ma è meglio dotarsi di un paio supplementare impermeabili, specie se si prevede di dover manipolare neve.
Ho sempre un doppio paio di calze: di spesso cotone a contatto della pelle e lana su queste. Oltre all'isolamento, evitano l'insorgere di vesciche.
Vestirsi a strati non è sufficiente per trascorrere una notte in mezzo alla neve: in questo caso è necessario portarsi dietro un sacco a pelo di buona fattura, adatto alle basse temperature.
Mio padre, anche in tempi abbastanza recenti, usava due coperte di lana di provenienza militare, che erano appartenute a suo padre, ma non è necessario eccedere nel minimalismo.
Quando si tratta di pernottare, ho sempre un paio di calze di ricambio per avere i piedi asciutti durante il sonno.
Difficilmente capita, ma se avessi i pantaloni bagnati, cerco di asciugarli. Questo sia che debba indossarli nuovamente (in mancanza dei sottopantaloni) prima di andare a dormire, sia che debba infilarli nello zaino sino la mattino successivo.
Prima di andare a dormire, allo stesso modo, asciugo gli scarponi e ci infilo dentro alcuni fogli di carta di giornale che ho portato con me per l'occasione. La carta la brucio al mattino.
Una volta infilato nel sacco, indosso sia il cappello sia il buff di lana merino; è raro che infili i guanti di lana, al limite li tengo nel sacco a pelo, casomai ne avessi bisogno.

Per le calzature, ho due opzioni: i classici scarponi, trattati con il grasso per impermeabilizzare le parti in pelle e lo spray sulla cordura, oppure un paio di stivali invernali in gomma.
Ho iniziato ad apprezzare quest'ultimo tipo di calzature proprio per le attività nei boschi, dove sovente ho passaggi da tratti nevosi a tratti fangosi, ruscelli e lettiere di foglie.
Hanno uno strato di pelliccia isolante sintetica che trattiene il calore, che per contro limita un poco la traspirazione. A me va bene questo modello perché non mi sudano i piedi ed ho una pelle piuttosto asciutta e poi calzano bene sulle racchette.
Quando mi muovo esclusivamente sulla neve o sassi, la scelta cade sugli scarponi, che sono più efficienti e comodi, rispetto ad un paio di stivali.
È necessario portare gli occhiali da sole per evitare problemi alla vista, non bisogna mai sottovalutare la cecità da riverbero, se la giornata è soleggiata. Sebbene sia un detrattore dell'eccessivo modernismo, a meno di non trovarmi in condizioni disperate, evito il ricorso a cataplasmi prodotti con risorse locali, pertanto un tubetto di crema a base di zinco non dovrebbe mancare, tutti sanno che serve a proteggere il viso, soprattutto labbra e naso, dall'insolazione.
L'incidenza di melanoma maligno è in netto aumento, purtroppo anche tra soggetti giovani; questo cancro della cute è spesso dovuto a forti esposizioni ai raggi ultravioletti senza adeguata protezione.
In caso d'emergenza, per ora un evento mai verificatosi, ho il cellulare e un fischietto, appeso al collo, sotto la camicia. Sebbene il suono sia molto intenso, potrebbe non essere udito, se il luogo fosse isolato.

La torcia frontale a LED torna utile se dovessi alzarmi in piena notte, permette di operare al buio usando entrambe le mani, ma serve anche nel caso dovessi lasciare la zona alla spicciolata e muovermi nel buio.
Posso sempre predisporre alcune torce da accendere sfruttando pigne e rami ricchi di resine legati tra loro, fosse solo come elemento di segnalazione o dissuasione contro animali particolarmente petulanti come i cinghiali.
Nello zaino metto un thermos da mezzo litro, sia per consumare qualcosa di caldo durante il giorno, sia per conservare una bevanda calda per la notte.
L'alimentazione è qualcosa di estremamente personale e non mi sento di dare consigli; ciò che va bene per me non è detto sia gradito, tanto meno digerito, da altri.
Nel rispetto delle altrui scelte alimentari, le mie sono molto spartane e per nulla aderenti alle tendenze che spingono al consumo di cibi tecnici che dicono essere idonei per quella o quell'altra attività.
Per pranzo colazione e spuntini prediligo alimenti ricchi di carboidrati assime a discrete quantità di grassi, che forniscono molte calorie, ma non dimentico fibre e verdure che consumo calde, la sera.
Per 24 ore porto fette di pane fatto in casa, una porzione di formaggio ben stagionato, un salamino, un piccolo trancio di pancetta affumicata, una di lardo un paio d'uova sode e una comoda lattina di minestrone di legumi, da scaldare nella gavetta.
Aggiungo una mela e un'arancia, gherigli di noce, noccioline e mandorle ed un pezzo di cioccolata fondente.
La zuppa con il pezzo di lardo e qualche fetta di pane la consumo per cena, accompagnata dalla mela, lascio le uova per la colazione, assieme a mezza porzione di formaggio, mentre il resto è suddiviso tra pranzo, colazione e spuntini.
Conservo tutto dentro un contenitore di plastica, di carta oppure ricorro ad un semplice sacchetto. Le posate sono le classiche da campeggiatore.
Per scaldare i cibi o l'acqua, è possibile sfruttare il fuoco da bivacco, ma anche un pratico fornello a gas da campo, che si puù utilizzare anche sotto il riparo, nel caso iniziasse a nevicare; minimalismo e autosufficienza non devono essere sinonimi di privazioni.
L'acqua non deve mai mancare, in inverno mi porto dietro la borraccia militare di plastica da un litro, piena d'acqua. Assieme al thermos rappresenta una riserva di un litro e mezzo, a malapena sufficiente per sei ore.
Bisogna bere con regolarità perché il freddo aumenta la disidratazione senza darcene la percezione, se non quando s'inizia ad evere un cerchio alla testa e ci si sente spossati, demotivati e pessimisti. La disidratazione peggiora l'ipotermia: se l'urina è molto gialla ed ha un odore intenso, è già in corso la disidratazione, quindi bisogna integrare liquidi.
Se si finisce l'acqua, mai mettersi in bocca la neve, si consumano troppe calorie e si rischia un eccessivo raffreddamento del corpo. Occorre riempire la borraccia di neve, chiuderla e tenerla sotto il giubbotto. Il calore corporeo la farà liquefare e solo allora di potrà bere, tenendo il liquido un po' in bocca per intiepidirlo, prima di deglutirlo.
Tenere la borraccia riempita di neve sotto il giubbotto non provoca lo stesso effetto congelante che si subisce ingerendo direttamente la neve: sfruttiamo a nostro vantaggio il calore corporeo che andrebbe comunque disperso.
Per la notte, è bene fare scorta d'acqua, fondendo la neve nella gavetta, riempiendo poi la borraccia militare di plastica da un litro che terrò nel sacco a pelo per evitare che congeli. Lo stesso dicasi per il thermos con la bevanda calda.
Ho con me il solito coltello da lavoro che appendo al collo, tenendolo sotto il giubbotto, ed il segaccio a serramanico, entrambi utili per predisporre una copertura per la notte ed il giaciglio su cui adagiare il sacco a pelo.
Il cavo da paracadute oppure del cordino robusto da almeno 3/4 millimetri di diametro, con buona resistenza alla trazione, è utile alla costruzione del rifugio o per sottendere il telo tenda.
Durante le mie passeggiate, il riparo per la notte è una semplice capanna di rami di conifera, non più alta di un metro, spesso coperta dal telo tenda, con un'unico lato esposto verso il focolare.

Dove possibile, sarebbe necessario apportare foglie secche in grande quantità sia lungo il perimetro della capanna, sia sulla copertura, in modo che creino uno strato coibentante, in grado di limitare ulteriormente la dispersione del poco calore, irradiato dal fuoco, che si accumula all'interno del riparo.
È indispensabile predisporre un materasso di rami di conifera alto circa 50 centimetri, dato che una volta sopra tenderà ad appiattirsi, oppure creo una base di rami che poi copro con la vegetazione, che può essere alta anche solo quattro dita.

Questo accorgimento fornirà un ottimo isolamento dal terreno innevato o ghiacciato.
La costruzione di un focolare con riflettore e la costituzione di una provvista di legna da ardere per la notte è la successiva operazione da effettuare.
Un focolare può avere una base di pietre piccole, se reperibili, oppure una base si legni incrociati.
L'accorgimento permette un buon tiraggio e fa bruciare la legna in modo più efficiente rispetto al terreno che in genere è anche umido.
Chiaramente la base lignea arderà, ma almeno permetterà l'avvio del fuoco.
È necessario erigere un riflettore in modo che il calore, per radiazione, sia riflesso verso il riparo. Anche qui, si possono impilare pietre costruendo un muretto, ma in inverno, con la neve, l'alternativa è quella di creare una spalliera con due rami conficcati nel terreno e dei tronchi (piccoli o medi) impilati.

Il focolare deve essere posizionato in modo che le fiamme non rischino di lambire la copertura del rifugio e trasformare la notte in un incubo. Tieni buona la distanza di un metro che ti permetterà di alimentare le fiamme ed evitare nel contempo di scottarti.
Il fuoco va tenuto sempre acceso, ma non serve una pira, bastano delle fiamme modeste per irradiare calore, soprattutto se il rifugio è ben chiuso.

Un'alternativa al fuoco da bivacco è una torcia lignea, sebbene più efficiente per cuocere che per scaldare.
Per avviare il fuoco da bivacco oppure una torcia lignea, ho l'accendino a gas e dell'esca, nel caso mi trovassi in difficoltà a reperire il materiale idoneo, come ad esempio l'Usnea barbata o Barba di Larice, oppure la Pseudevernia furfuracea o muschio d'albero, chiamata anche Barba di Bosco, licheni a rami filamentosi di colore verde-grigiastro, frequenti in ambiente alpino, proprio sui rami e sui tronchi di conifere, spesso su vecchi larici.
Siamo umani con un metabolismo che prevede una via d'ingresso per il cibo ed una via d'uscita per le scorie... Insomma chi non ha problemi, almeno un paio di volte al giorno deve defecare e urinare in funzione di ciò che mangia e dei liquidi che assume.
In genere nessuno parla mai della propria fisicità, quando si affrontano i temi legati alle escursioni, ma fa parte della nostra natura. Per questo, una buona scorta di fazzoletti di carta non deve mai mancare. Servono in primis come carta igienica, quindi per accendere il fuoco, al limite come isolante dal freddo per i piedi e anche per tamponare eventuali ferite. Possono essere tenuti nello zaino e in parte direttamente nelle tasche non utilizzate del giaccone e dei pantaloni.
Le uscite in solitaria invernali le limito alle aree conosciute, dove posso orientarmi grazie a punti di riferimento ben noti, anche se dovessi percorrere tratti non battuti, ecco perché non mi servono mappe bussola e altimetro.
Quacluno potrebbe chiedermi perché non mi porto una comoda tenda a cupola come faccio quando con il CAI organizziamo le uscite di gruppo per le arrampicate... La risposta è sempre la stessa: minimalismo e autosufficienza per un sano confronto con se stessi e la natura, ma comunque senza eccessi e con buoni margini di sicurezza.

Elenco del materiale

Concludo questa mia condivisione con la lista degli oggetti descritti, ricordando che non tutti sono indispensabili per affrontare un pernotto sulla neve in mezzo ai boschi.
In altri termini, porto ed uso devono essere contestaulizzati per non trasformarsi in uno Sherpa.

Il tutto può essere contenuto in una busta trasparente con chiusura Ziploc e inserito in una tasca laterale dei pantaloni. Per pulire eventuali ferite o abrasioni, utilizza l'acqua preventivamente bollita.
Il contenuto del kit di pronto soccorso è puramente indicativo e adatto alle mie esigenze. L'automedicazione è una pratica che può avere effetti pericolosi anche gravi, nel caso in cui uno fosse allergico o intollerante a determinati farmaci.


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