Zaino per trekking di un giorno
scelta minimalista delle attrezzature in funzione del tragitto e della stagione
Corretto il 17.04.2014

In questo articolo desidero condividere le scelte che effettuo, in fatto di attrezzature, vestiario, cibo e acqua in ottica minimalista ed essenziale, nella preparazione dello zaino per un trekking di un giorno, oppure un'escursione più impegnativa in montagna di pari durata.
Le alternative vanno valutate in base alle caratteristiche intrinseche del percorso e devono essere adeguate alla stagione in cui lo si affronta. Le indicazioni valgono per il periodo temperato, NON per quello invernale, che richiede attrezzature e vestiario specifico. Come sempre non c'è nessuna velleità didattica poiché si tratta di scelte strettamente personali.
Per molti saranno cose ovvie, dettate dal buon senso, ma cerco d'immedesimarmi in un neofita, un giovane alla ricerca di informazioni, che potrà confrontare questo articolo con quelli messi a disposizione da altri, quindi organizzarsi in base alle proprie esigenze.
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Il contenuto chiosa in parte l'articolo "Persi nel bosco", ma sviluppa il classico tema di cosa infilare nello zaino, senza caricarsi di cose che, per la natura del percorso, rimarrebbero inutilizzate. Perché questo sia possibile, parto dall'assunto che vi sia una buona pianificazione ed una preventiva conoscenza, almeno sulla carta, dei luoghi, quindi sia ragionevolmente nulla la possibilità d'incappare in una situazione d'emergenza, che mi blocchi lungo il cammino.
Se mi muovo in solitaria, almeno tre regole elementari di sicurezza sono sempre rispettate, ossia lascio un'indicazione di percorso, non lo modifico e parto solo in ottime condizioni di salute.

Per quanto concerne il vestiario, insisto sempre sull'uso di pantaloni lunghi e robusti con ampie tasche laterali, camicie a maniche lunghe, doppio paio di calze per ridurre l'insorgenza di vesciche e scarponi con suola Vibram®; lascia da parte gli ammiccamenti del mercato e non dare retta a chi ti dice di comprare l'ultimo ritrovato, i soldi stanno meglio nelle tue tasche.
Mi rendo conto di averlo dato per scontato, e di non averne mai accennato, ma occhiali da sole ed un cappello con visiera sono utili come elementi protettivi per occhi e testa e non dovrebbero mai mancare.
Non sottovalutare mai l'incidenza della radiazione solare associata all'aria: rischi di non percepire l'insolazione e di ritrovarti con pericolose scottature che possono aprire la strada a danni cellulari a carico dell'epidermide... Parlo a ragion veduta e per un'esperienza che mi ha segnato.

Per l'escursione di un giorno, suddivido l'equipaggiamento in due insiemi distinti, ossia l'attrezzatura base con viveri, e quella ausiliaria, legata alle caratteristiche intrinseche di certi percorsi.

Equipaggiamento base e viveri

Ho il telefono cellulare in una delle tasche dei pantaloni, spento, da usare solo se le cose si mettono male, ovviamente è utile se c'è copertura di rete. Si tratta di un dinosauro della Nokia, robusto come un mulo ed affidabile, dai consumi limitati e dotato di una torcia a LED integrata.

Mi piazzo al collo, sotto la camicia, un fischietto per eventuali segnalazioni. Devo dire che questi due oggetti sono sempre stati muti compagni di viaggio, cioè non ne ho mai fatto uso, ma i problemi possono insorgere quando meno te lo aspetti.

Bussola e mappa in scala 1:25000 dell'area in cui mi reco li tengo in una tasca laterale dei pantaloni, dove sono facilmente accessibili. La bussola ha il classico specchietto per traguardare, utile anche per le segnalazioni visive.
La bussola l'ho usata raramente, il più delle volte per individuare le montagne del panorama che non conoscevo. Spesso effettuo escursioni in aree a me sconosciute e se torna utile per evitare di perdermi, 35 grammi di strumento non sono un peso.
Nella sacca superiore dello zaino tengo una torcia frontale a LED, da utilizzare nel malaugurato caso in cui i calcoli di percorso si rivelassero errati e dovessi percorrere gli ultimi tratti in compagnia del buio.
Può capitare e non bisogna allarmarsi. Può anche essere un'esperienza elettrizzante, ma la suggerisco solo a chi s'è fatto un po' d'esperienza: ci vuole poco per inciampare, anche lungo un sentiero non per forza di cose impervio. Ad ogni modo, questo strumento lo porto solo se prevedo tempi di percorrenza superiori alle otto ore, diversamente è un peso superfluo.

Anche la fotocamera o la videocamera digitale stanno nella tasca e tracciano il ricordo del tragitto. È un mio parere, ma non dovrebbe mai mancare uno di questi strumenti.
Ho anche un buon binocolo 10×50 o 12×50, utile per osservare il panorama oppure i selvatici che non amano l'approccio diretto con l'uomo.
Porto sempre il segaccio a serramanico, in genere per farmi uno o più bastoni polifunzionali in base al terreno, ma solo perché non sono particolarmente legato alle racchette telescopiche. Le ho, ma le uso quando voglio fare passeggiate a passo svelto e di poche ore, senza pesi eccessivi sulla schiena.

Questo modello di sega è molto efficiente, e taglia il legno come se fosse burro, con il minimo sforzo, come si può intuire dalla dentatura. Serve per aprirmi un varco, nel caso fossero rovinati a terra alberi o si fosse creato un intrico di rami tali da interrompere il sentiero. In genere capita, all'inizio della stagione, di trovare qualche intralcio, eredità delle nevicate o degli acquazzoni. Togliere questi ostacoli e non far finta di niente è un atto di civiltà, perché vuol dire mantenere transitabili i sentieri, che sono un bene comune.

Spezzoni di cordino da due metri non mancavano mai nelle tasche di mio padre. Montanaro d'estrazione, mi ha spiegato come utilizzarlo con profitto in più occasioni: qualche metro di cordame può servire per legature, come sostituto dei lacci, nel caso cedessero gli spallacci dello zaino, per fissare il poncho al corpo in caso di vento, o come asola per assicurare il bastone al polso. Ne ho comunque già parlato in altri articoli, che invito cortesemente a leggere.

L'Opinel è il classico coltellino a serramanico con anello di sicurezza, uno strumento usatissimo da agricoltori, cacciatori, pastori e montanari nella zona dove sono nato. Sta in tasca ed è utile per piccoli lavori, come tagliare cordame, raccogliere frutti, porzioni di piante officinali, intagliare il bastone oppure semplicemente per le esigenze alimentari.

I viveri, nel mio caso, sono da anni contraddistinti da 3 panini di tutto rispetto per il pranzo, quindi succhi di frutta e biscotti ai cereali con fave di cacao o frutta per gli spuntini.
Mi sono abituato a questo genere di frugalità, il pasto non mi appesantisce ed il resto si rivela un buon supporto quando serve una pausa ristoratrice.
Per inciso, la colazione propedeutica all'escursione, è a base di uova e pancetta, un pezzo di pecorino stagionato, pane integrale fatto in casa, un succo di frutta e caffè.
È palese che appartengo alla vecchia scuola di pensiero: non disdegno ma non amo molto le barrette, i beveroni o gli integratori, che vanno a vantaggio di chi li produce o li vende, ma è giusto che ognuno scelga ciò che più lo soddisfa, purché non lasci pattume in mezzo ai boschi, nei casolari o baite, nei bivacchi o sulla cresta di una montagna, come ho avuto modo di fotografare sul Monte Grai nel 2011 e riportare nel filmato su Youtube.

Il cibo può stare in sacchetti di plastica oppure in un contenitore alimentare, che ne evita schiacciamenti. Ognuno decida qual è la soluzione che meglio calza le sue esigenze. Per quanto mi riguarda, un contenitore, una volta svuotato, permette di raccogliere frutti selvatici o porzioni di piante officinali da portare a casa, dove questo non sia vietato, garantendone una conservazione migliore.
Attenzione alle dimensioni: l'eventuale contenitore del cibo deve essere discreto e occupare giusto lo spazio dell'insieme delle derrate alimentari, diversamente sarà solo un impiccio.
Due o tre litri d'acqua a persona sono sufficienti; si tratta di una gita e non deve trasformarsi nella ricerca spasmodica di una sorgente o un corso d'acqua... Risultano molto pratiche due bottiglie da un litro e mezzo che una volta svuotate possono essere schiacciate. Vanno anche bene borracce di plastica o di metallo, con tappo a tenuta. Anche qui, questione di gusti.
Il mio zaino da montagna ha comode tasche laterali, ciascuna in grado d'ospitare una bottiglia.
Nella stagione più fresca, è possibile portare anche un thermos, riempio con te verde o tisane blandamente zuccherate o con quello che si preferisce.
Niente alcool, la sensazione di calore che trasmette è temporanea e fittizia. Al limite bevi un grappino o quello che preferisci nel rifugio, dopo mangiato, ma non quando macini chilometri a piedi.

Nella tasca superiore dello zaino inserisco un paio di calze di ricambio, che sfrutto al termine del giro, in sostituzione di quelle che ho indossato tutto il giorno.
Un buon poncho, che sia veramente impermeabile, trova posto nello zaino ed è fenomenale come protezione contro possibili acquazzoni o come ulteriore elemento isolante.
Una giacca a vento con cappuccio non manca mai: l'aggancio allo zaino, pronta all'uso.

Un maglione in pile, un paio di guanti ed un capello di lana che mi possa coprire anche le orecchie, assieme ad una bandana o foulard a protezione del collo, sono elementi accessori che aggiungo se mi muovo nella stagione più fresca o se prevedo di superare quote collinari. Chi è sensibile al freddo o all'aria, può portarli sempre con se.
Quando tira il vento, in cresta, nelle valli oppure nei boschi, la temperatura corporea può scendere drasticamente ed è meglio vestirsi a strati, specie durante le soste o nei passaggi più esposti, a maggior ragione se si è sudati. Basta poco per buscarsi un malanno da raffreddamento o una congestione, specie dopo mangiato.

Questo zaino si conforma alla schiena, ha spallacci e cintura lombare imbottiti. Lo uso al posto di quello classico, nei giri più impegnativi, in genere in alta montagna. Contiene senza problemi quanto descritto fin'ora e rimane molto spazio per altre attrezzature o equipaggiamento ausiliario.

Di fatto, per un trekking, non servirebbe altro, se non buone gambe e fiato, ma non sempre è così...

Equipaggiamento ausiliario

Quando affronto percorsi parecchio impegnativi, come un lungo sentiero ad anello sulle Alpi, l'esperienza mi porta a considerare sempre l'imprevisto, non solo lungo i sentieri per Escursionisti Esperti Attrezzati, ma anche lungo quelli per Escursionisti Esperti.
Solo in questi due casi, parto con l'idea di poter affrontare tratti attrezzati, intesi come ferrate e non arrampicate. Specie sui percorsi dolomitici meno battuti, ma anche sulle Alpi Liguri e Cozie, mi sono trovato improvvisamente davanti a tratti di sentieri esposti crollati, in genere attrezzati dal CAI, o da altri volontari, con cavi e tondini di ferro a guisa di sentiero sospeso nel vuoto, passerelle ondeggianti oppure scale metalliche imbullonate nella roccia. Sono tutti percorsi che si possono affrontare, senza spavalderia e con la dovuta calma e rispetto, se non si soffre di vertigini: lo abbiamo fatto più volte con mia moglie e con mio figlio, da quando aveva 5 anni.
In fondo, nello scomparto che si può aprire con una cerniera senza accedere dall'alto, ripongo la sacca dell'imbraco con rinvii, discensori, qualche moschettone HMS e da speleologia, un paio di fettucce omologate ed alcuni cordini specifici per realizzare i vari nodi a frizione o autobloccanti. Inserisco infine l'ammortizzatore da ferrata.

In questo caso non fornisco indicazioni specifiche sulle caratteristiche meccaniche, fisiche e sull'uso delle attrezzature, per evitare che mie imprecisioni possano trasmettere concetti o informazioni sbagliate. A chi dovesse affrontare la materia per la prima volta, suggerisco di rivolgersi ad una sezione del CAI per seguire i corsi teorico-pratici.
All'esterno dello zaino assicuro la corda dinamica. La matassa rappresenta un peso extra, inutile negarlo, ed il suo uso, durante trekking impegnativi, è stato saltuario, spesso più come elemento complementare di sicurezza per mio figlio, nel corso di alcune ferrate impegnative, nell'attraversamento di qualche passaggio o discese particolarmente esposti, dove preferisco assicurare chiunque mostri una minima preoccupazione.
Qualche volta porto la corda anche nei giri per boschi: la passo attorno ad un albero e mi calo per i tratti scoscesi, passando da albero ad albero, accorciando il tragitto. È una cosa divertente, ma non invito a fare altrettanto.
Solo durante i trekking in montagna, porto un altimetro analogico che consulto per verificare su quale isoipsa mi trovo o per rendermi conto degli sbalzi di pressione, specie verso valori bassi, che possono indicare il sopraggiungere di una perturbazione ovvero un repentino peggioramento del tempo atmosferico.

Nella tasca a rete dello zaino piazzo la busta contenente gli articoli per il pronto soccorso.
Per evitare una noiosa replica descrittiva, invito a leggere lo spiegone che ho scritto in "Persi nel bosco".


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